Lo scrittore inglese parla dell’addio all’Ue: “Il Paese cambierà e riappariranno vecchi fantasmi: razzismo e antisemitismo. May? Peggio della Tatcher”

di JEAN-CLAUDE VANTROYEN

 Ian McEwan, 68 anni

“Oggi subiamo un’ondata populista inaspettata, imprevedibile, che colpisce paesi diversi e in circostanze diverse. Se cediamo alla tentazione di sgretolarci in diversi nazionalismi, molti vecchi fantasmi riappariranno: l’antisemitismo, il razzismo, l’illusione che il proprio paese sia stato scelto da Dio e tutte queste fantasie”. Ian McEwan, uno dei più celebri scrittori inglesi, si confessa in questa intervista tutta politica: la Brexit, la premier britannica Theresa May, l’Inghilterra di oggi. “Mi dispiace sinceramente vedere come questo referendum, che ha vinto di così stretta misura in favore dell’uscita dall’Unione Europea, sia diventato un progetto che trasformerà il paese da cima a fondo, in tutti gli aspetti della sua vita, della sua scienza, della sua agricoltura”, spiega l’autore di Nel guscio (Einaudi), il suo ultimo romanzo. “Tutto cambierà in base a uno scarto del 4 per cento. Quasi la metà dei votanti voleva rimanere in Europa; dodici milioni di persone non hanno votato. Solo un terzo dell’elettorato ha scelto di lasciare l’Ue. E su una base così ristretta, il governo britannico ci porta ciecamente sull’orlo di un precipizio”.

Come si spiega la vittoria della Brexit? La leggendaria insularità britannica?
“Siamo sempre stati a disagio all’interno dell’Unione europea. Il partito conservatore è sempre stato diviso su questo tema. E, del resto, la decisione di organizzare un referendum decisivo non è stata altro che un pretesto per evitare la divisione di questo partito. Vivevamo in uno dei più vasti blocchi commerciali del mondo e adesso dovremo sforzarci di concludere dei trattati commerciali con altri paesi, il che è un’assurdità. Dovremo cercare di ottenere delle cose che già avevamo. Nessun partito aveva messo la Brexit nel suo programma, solo i Tories, e solo una loro corrente, un terzo del partito. E questo è avvenuto perché ha coinciso con la disfatta del partito laburista. È una situazione folle e spaventosa. C’è poi il ruolo della stampa scandalistica, che vede qualsiasi avversario come un nemico del popolo, come un sabotatore. Che cosa odiosa. Theresa May ha imposto un tono particolare al Paese, per cui le persone che non condividono le sue opinioni sono semplicemente dei facinorosi. Nemmeno la Thatcher aveva mai parlato in questo modo. È un fatto più che allarmante per la democrazia parlamentare”.

La Brexit è la scelta di quelli che vogliono asserragliarsi al di là della Manica?
“Il ripiegamento è un elemento forte del voto. Ma quando si chiede alla gente di pronunciarsi in un referendum come questo, non lo farà solo sul tema del referendum. Intervengono molti altri fattori: la gente esprime il suo scontento, il suo disagio, le sue paure. È anche il fallimento totale dell’immaginazione storica. Le generazioni odierne non hanno idea di come l’Ue abbia mantenuto la pace in Europa. E poi c’è il problema della migrazione e dei datori di lavoro senza scrupoli, che assumono i polacchi a tariffe polacche. E i risentimenti in materia di alloggi e di alloggi sociali. E il problema della delocalizzazione delle imprese, della globalizzazione. Si sono sovrapposte tutte queste cose”.

E la decisione di Theresa May di indire le elezioni a giugno?
“Questa sembra una decisione razionale. In fin dei conti, non abbiamo mai votato perché guidasse il Paese. E lei approfitta della grande impopolarità del leader dell’opposizione, il laburista Jeremy Corbyn. Non ispira fiducia, ha concentrato su di sé l’ostilità della stampa, non riesce a guidare il partito che è in un caos totale, né a collegare i parlamentari alla base. Si dice che è troppo di sinistra, lo si sospetta perfino di essere troppo vicino ai russi. Queste elezioni rimettono in discussione quello che speravo. Pensavo che, in attesa delle regolari elezioni del 2020, avremmo potuto renderci conto delle bugie del governo: che non ci sono 3 milioni di sterline a settimana per il Servizio Sanitario, che dovremo pagare una grossa somma per lasciare l’Unione europea, 70 miliardi di euro. E le elezioni del 2020 avrebbero potuto trasformarsi in un nuovo referendum. Con queste elezioni ravvicinate, invece, Theresa May ritiene di poter ottenere una larga maggioranza e che sarà in grado di guidare i negoziati sulla Brexit senza avere l’estrema destra alle costole. Potrà imporre le sue opinioni, credo. Jeremy Corbyn farà quello che lei gli dirà. Stiamo assistendo ad una vera e propria crisi di rappresentanza. A una grave crisi della democrazia”.

È favorevole all’indipendenza della Scozia?
“Mia moglie è scozzese. E io, con una madre anglo-irlandese e un padre scozzese, sono l’unione britannica in persona. La Scozia potrebbe decidere di lasciare il Regno Unito, e anche questo sarebbe un gran pasticcio. I nostri sottomarini nucleari sono in Scozia, e così il petrolio. E qual è la parte della Scozia nell’immenso debito pubblico? Eccetera. Ci saranno dei problemi incredibili”.

E se il Regno Unito molla gli ormeggi europei, dove si rivolgerà il suo sguardo?
“Questo è il problema. Improvvisamente, Trump si scopre protezionista, ma non è il momento migliore per mettersi alla mercé degli Stati Uniti. Possiamo stabilire dei trattati commerciali con loro, ma questo significa che saremo inondati dal loro cibo a buon mercato, dai loro investimenti immobiliari che devasteranno la nostra campagna. D’altra parte, abbiamo già dei trattati con l’Arabia Saudita, con l’India… I ricchi saranno un po’ più ricchi e i poveri un po’ più poveri. Dobbiamo rassegnarci a questo? Abbiamo questo slogan in Inghilterra: “Open the business”, “apri gli affari”. Questo significa che ci vendiamo ai cinesi, ai fondi con sede a Shanghai. Siamo ricchi soprattutto perché importiamo capitale da altri paesi. Non è un’apertura, è una debolezza. Sopravviveremo, naturalmente. Con tasse più basse e minori spese sociali. Per la mia generazione, in pensione, tutto andrà ancora bene. Ma per le giovani generazioni, sarà più difficile. E il paradosso è che molti giovani hanno votato contro la Brexit”.

E lei, resterà in Gran Bretagna?
“Sì. Devo farlo. Ma oggi tutti, in Gran Bretagna, cercano la nonna irlandese per avere un passaporto irlandese, vale a dire un

passaporto europeo. Mia moglie ne ha già uno. Anche io ho una nonna irlandese. Non sono ancora riuscito a trovare i documenti necessari, ma li troverò”.

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