Oliver Burkeman, The Guardian, Regno Unito
30 maggio 2017 12.45

(Saul Landell, Mex/Getty Images)
La psicologa Tasha Eurich scrive che il 95 per cento delle persone sostiene di essere consapevole di sé, cioè di essere cosciente dei motivi per cui si comporta in un certo modo e di essere cosciente di come appare agli altri. Tuttavia questo è vero solo per il 15 per cento di noi. Questa discrepanza non dovrebbe sorprenderci, perché una delle cose che di sicuro manca a chi non ha consapevolezza di sé è la consapevolezza di non averla.
Senza dubbio questo fenomeno vi è familiare: probabilmente il vostro mondo è pieno di persone – amici, colleghi, superiori – che palesemente non hanno idea di come le vedono gli altri. Ma la questione importante è se questo vale anche per voi. O per me. Forse per quanto riguarda la coscienza di sé non siamo meglio dei detenuti di cui parla uno studio del 2013, quasi tutti responsabili di reati violenti, che si giudicavano più gentili e affidabili della maggior parte delle altre persone e, cosa ancora più sconcertante, non meno rispettosi della legge della media dei non detenuti.
Stati emotivi temporanei
Il nuovo libro di Eurich, Insight, cerca quasi affannosamente di dimostrare che la coscienza di sé è la “meta-abilità del ventunesimo secolo, fondamentale per avere successo nel mondo di oggi” (non posso resistere alla tentazione di chiederle se è consapevole di quanto suoni eccessiva).
Nonostante la leggera esagerazione è comunque una lettura affascinante, soprattutto per la conclusione a cui arriva: “L’idea che l’introspezione sia sufficiente per arrivare alla coscienza di sé è un mito”. In altre parole, studiare a fondo noi stessi non è un modo affidabile per capire chi siamo.
Per conoscerci veramente dobbiamo guardarci come se fossimo un estraneo
Tanto per cominciare, è molto probabile che giudichiamo la nostra vita nel suo complesso in base a stati emotivi temporanei (nell’ambito di un esperimento, un’équipe di ricercatori tedeschi aveva chiesto ad alcuni dei partecipanti di cercare una moneta per terra nel tragitto verso il laboratorio e quelli che l’avevano trovata si erano detti più soddisfatti degli altri della loro vita in generale). In secondo luogo, ci impantaniamo nelle nostre storie, vere o false che siano. Per esempio, sostiene Eurich, se il lavoro con la psicoterapia non funziona, di solito finisce per alimentare teorie che sembrano spiegare ogni cosa, del tipo “tutti i miei problemi sono dovuti al fatto che sono stata adottata”, anche se non sono vere.
Che cosa possiamo fare? Tra le numerose strategie, Eurich consiglia di porci domande che cominciano con “che cosa” invece che con “perché”. Quindi non “perché odio il mio lavoro?” o “perché questo rapporto non funziona?”, ma “cosa non mi piace del mio lavoro?” e “cosa non funziona in questo rapporto?”. Chiederci “perché” tende a risucchiarci nelle situazioni e a farci rimuginare a vuoto, mentre il “che cosa” più probabilmente ci aiuta a individuare qualche tratto della nostra personalità o qualche comportamento che ci permetta di poter cambiare atteggiamento o lavoro, interrompere una relazione o fare qualsiasi altra cosa che si concilia di più con quel tratto o quel comportamento.
Come meditare o tenere un diario – altre cose che Eurich consiglia – questo ci consente di vederci come oggetti. Citando Spinoza dice: “Un’emozione è una passione, ma cessa di esserlo nel momento in cui ce ne facciamo un’idea chiara e precisa”. Fondamentalmente, per conoscerci veramente dobbiamo guardarci come se fossimo un estraneo anziché come qualcuno che già amiamo (o odiamo) tanto da non vedere la verità.
(Traduzione di Bruna Tortorella).
Questo articolo è stato pubblicato dal quotidiano britannico The Guardian.

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