Grazie a Dario S.

“Ho 33 anni e ammetto di non conoscere il senso della lotta. Non so cosa vuol dire combattere per ottenere qualcosa e non ho mai assaporato il gusto della vera conquista. Sono cresciuto in una famiglia normale, di quelle che l’ISTAT chiamerebbe ceto medio, e ho avuto sempre tutto ciò di cui avevo bisogno. Non capricci e cose inutili, lo stretto indispensabile: non ho mai ricevuto la paghetta, il cellulare me lo sono comprato da solo e mi sono pagato parte degli studi universitari, appena ho potuto generare un po’ di reddito. Finché ho vissuto con i miei, lavorando, ho pagato la mia parte delle spese di casa”.

“Si potrebbe dire che sono cresciuto in un contesto giusto e in cui le cose non mi erano dovute, me le dovevo guadagnare. Eppure non ho mai dovuto davvero conquistare qualcosa. Non sono mai stato disoccupato. Non ho mai sentito la mancanza di qualche libertà fondamentale. Sono stato fortunato, secondo alcuni”.

“La mia compagna, 35 anni, è straniera e lei sì che ha dovuto conquistare coi denti tante cose. Ha dovuto (ri)cominciare tutto da zero, più di una volta, in un Paese straniero. Lei sì che ha lottato. Lei lo capisce il senso della conquista”.

“La verità è che noi giovani italiani non lottiamo. Non sappiamo farlo. Siamo stati abituati ad avere tutto pronto. Tutto dovuto. Ho visto diciottenni normodotati accompagnati dai genitori al test d’ingresso in università. Ho visto adulti accompagnati al lavoro dai genitori. Ho visto ragazzini dire alla propria nonna ‘questa me la segno’ quando l’anziana non voleva dar loro la mancetta per via di un brutto voto a scuola. Sono solo esempi, me ne rendo conto, ma sono specchio di quello che siamo almeno tanto quanto lo sono i cervelli in fuga”.

“Siamo una generazione, noi degli anni ’80, di seduti e pure scontenti. Per cui, va bene prendersela con il governo, con le istituzioni, con lo Stato, ma guardiamo prima in casa nostra: è “colpa” dei nostri genitori se non sappiamo neanche più lottare per ottenere qualcosa. Ed è colpa nostra se non ce ne rendiamo conto da soli da adulti”.

“Mio padre ha sempre detto a me e mia sorella ‘Imparate le lingue ed emigrate’. Non l’ho mai fatto. Un po’ per mancanza di coraggio, un po’ perché, in fin dei conti, ho sempre avuto una vita più che dignitosa, ma un po’ anche per principio. Mia sorella sì, ora vive a Londra e lì i suoi figli diventeranno adulti (Brexit permettendo). L’Italia è il mio Paese e ci rimango. E’ casa mia. L’Italia è temporaneamente mia di diritto”.

“L’Italia è fatta così perché gli italiani sono fatti così. Anche io. Anche tutti quelli che scrivono ‘Me ne vado perché non ci sono prospettive’. E rimaniamo così anche se ci trasferiamo in un altro posto. Siamo tutti un po’ evasori, tutti un po’ ladri, tutti un po’ incivili, tutti un po’ viziati”.

“Il ragionamento di fondo, però, è un altro. I nostri nonni hanno sopportato tanto, lottato moltissimo e ottenuto grandi conquiste. I nostri genitori hanno sopportato meno, lottato un po’ e ottenuto qualcosa. E noi? Noi non lottiamo. Noi scappiamo. Scappiamo quando, semplicemente, sarebbe il nostro turno di lottare”.

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